
Nome: XXX XX
Una sacerdotessa del verso, perduta per sempre nel sogno di una infinita notte d'amore. Eterosessuale per curiosità, geneticamente lesbica, amante per dovere d'amore.
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L'odore di un poggiatesta in similpelle di uno scompartimento dell'intercity reggio calabria-milano può turbare solo chi ha sempre pensato al bene e al male come categorie definitive e separate tra loro. Io non credo di essere tra questi. Anche se è stato solamente per necessità che in quel postribolo di germi ho appoggiato la mia guancia sinistra, quella all'opposto del mio profilo migliore e perciò la meno considerata. Sei ore di viaggio obbligato ed io, distratta da me stessa, non ho temuto il sonno come avrei dovuto. Così all'improvviso, ho ceduto e la mia calda pelle abbronzata dagli ultimi bagni del sole di settembre si è adagiata là dove odori e umori di ogni gente si mescolavano ai sogni del mio dormiveglia. Forse un odore più doloroso degli altri mi penetrò.Non sò perchè ma in quel momento immaginai l'africa e la sua violenza, e i suoi profumi, netti. E gli uomini di quel continente, odorosi di terra e sole. Qualcuno di loro era stato lì, sul treno, seduto al mio posto, per un viaggio di paura e dolore. Per essere insultato dagli sguardi di una divisa, da un corvo in giacca e cravatta, da una faina in pelliccia. Per essere castrato come essere umano e come forma di vita difforme. Il suo pianto, la rabbia, il grasso generoso della sua pelle erano lì, vicino alla guancia, vicino alla mia lingua che incerta si muoveva tra le labbra, cercando nel sogno il corpo di costui, il sudore, il sangue bollente del suo cuore nero, la massa palpitante del sesso. Ahh, inchiodata dal sogno mi toccai il seno destro, per sentire forte il suo respiro di uomo. Turgido, il mio piccolo nipple, mi consigliò di proseguire il viaggio ed io lo feci, accarezzandomi, felice d'umori, l'osceno gioco di venere.
Neanche sfiorata, esplosi nel piacere più puro, nel lampo di una frusta di carne, ed urlai . Un solo urlo. Che sembrava non cedere mai al silenzio. E un sospiro infine. Aprii gli occhi e vidi emergere alla luce i volti dei miei compagni di viaggio. Due anziani, ma non per questo meno perfidi, sposi calabresi e un sacerdote sessantenne, credo, di Rovigo. Li osservai nello stupore dei loro occhi. Scusate, un incubo, dissi. Mi rincantucciai girando la testa con un senso di forza e di pace nel cuore. Davanti a questa sozzura umana ti ho vendicato uomo nero!
Poi sbirciai oltre la spalla e vidi il prete che ancora mi fissava interdetto. Era strano. Un volto forte, contadino. Potrei dire....bello... I miei occhi lo sottomisero ad un pensiero: tre ore ancora mancano alla meta e se vuoi... vendicherò anche te!